Vi รจ un giardino visibile da un portone con due grossi pilastri di meravigliosa fattura che sorreggono
due cavalli di pietra bianca eseguiti stupendamente, tanto da sembrare vivi.
(Pรซtr A. Tolstoj, 1697)
Un giardino, a volte, รจ soltanto un giardino: una geometria di verde, un luogo per passeggiare. Parco
Bolasco no. Qui la natura non cresce โaccantoโ allโarchitettura: ci entra in dialogo, ne diventa
controparte, eco, scenografia. Il risultato non รจ un paesaggio da contemplare e basta, ma un paesaggio
costruito per suggerire storie.
Villa Revedin Bolasco sorge nel cuore di Castelfranco Veneto (Treviso), ma la sua forza non รจ locale:
รจ immaginativa. Il complesso funziona come un racconto in cui il lettore non sfoglia pagine โ
attraversa spazi. Viali e aperture regolano il ritmo, lโacqua interrompe e riflette, i dislivelli cambiano
la prospettiva. Nulla sembra casuale, e proprio per questo il luogo resta leggero: come se la regia
volesse farsi dimenticare mentre agisce.
Le presenze di pietra fanno il resto. Le statue non servono a โdecorareโ il verde: lo abitano. Allegorie,
figure trattenute in un gesto, sguardi che non cercano il visitatore ma lo includono. In un giardino
cosรฌ, la scultura non รจ un dettaglio: รจ una voce. E ogni voce sposta lโidea di parco da โbellezzaโ a
โmemoriaโ, da ornamento a immaginario.
Nel cuore, la cavallerizza rende esplicita la natura teatrale di Bolasco: uno spazio ellittico, aperto,
scandito come una scena senza sipario. ร il punto in cui il giardino smette di sembrare soltanto
romantico e rivela la sua vocazione di rappresentanza: non un capriccio estetico, ma un modo di
mettere ordine nella meraviglia.
Allโingresso, i cavalli di pietra citati da Tolstoj restano una chiave perfetta. Non perchรฉ siano
โcuriosiโ, ma perchรฉ sono un simbolo: lโidea che lโimmobilitร possa contenere movimento, che un
luogo possa apparire vivo senza bisogno di effetti. Bolasco, in fondo, รจ questo: un giardino da
immaginare prima ancora che da vedere.
La stagione del parco riapre sabato 21 marzo.


