C’è un momento, nella storia di ogni incontro, in cui le persone se ne sono già andate ma la loro presenza continua a essere percepita. Restano gli oggetti, le tracce, le parole, la disposizione delle cose. Resta soprattutto un luogo che sembra conservare la memoria di chi lo ha abitato. È da questa soglia, sospesa tra presenza e assenza, che ha preso forma La sera della Cena, l’installazione site-specific di Fabrizio Sannicandro, inaugurata il 22 settembre nella Sala del Cenacolo del Complesso di Vicolo Valdina della Camera dei Deputati, a Roma. Un progetto curato da Umberto Palestini, pensato espressamente per uno spazio fortemente segnato dalla storia e dalla memoria, nel quale l’opera contemporanea si è confrontata con l’affresco dedicato all’Ultima Cena e con la particolare identità architettonica e simbolica della sala. Ma La sera della Cena non è stata semplicemente un’installazione collocata all’interno di un luogo storico. È stata, piuttosto, un intervento capace di instaurare un rapporto fisico e concettuale con lo spazio, trasformandolo in parte integrante dell’opera. Al centro della sala, una lunga tavola apparecchiata. Eppure nessuno è seduto. È proprio questa apparente contraddizione a costituire il nucleo più potente del lavoro di Sannicandro: la tavola, per sua natura luogo dell’incontro, della convivialità, del nutrimento e della parola, viene mostrata nel momento in cui l’incontro è venuto meno. I piatti, gli oggetti e le tracce rimangono; i commensali no. La tavola diventa così una presenza che racconta un’assenza. Ed è attraverso questa sottrazione che l’artista costruisce una delle immagini più significative dell’intero progetto. Come ha sottolineato il curatore Umberto Palestini, l’opera procede infatti “per sottrazione”: non mostra l’incontro, ma ciò che dell’incontro rimane. Non racconta direttamente le persone, ma ne rende percepibile la mancanza. È un procedimento profondamente pittorico e, allo stesso tempo, contemporaneo: togliere per rendere visibile, lasciare uno spazio vuoto affinché sia lo spettatore a completarlo. Il progetto di Sannicandro mette in relazione due grandi archetipi della storia dell’arte: l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci e la Visitazione del Pontormo. Sono due immagini lontane eppure vicine nella loro capacità di rappresentare l’incontro umano. Da una parte una comunità raccolta attorno a una tavola; dall’altra due figure che si avvicinano, si riconoscono e si abbracciano. Sannicandro non cita direttamente il Pontormo e non costruisce una semplice rilettura iconografica della Visitazione. Ne riattiva piuttosto il nucleo umano: la prossimità dei corpi, il riconoscimento dell’altro, l’abbraccio come gesto elementare e universale. Sul fondo della Sala del Cenacolo, un grande trittico pittorico restituisce infatti l’eco della Visitazione di Jacopo Carucci detto il Pontormo, tradotta attraverso il linguaggio personale dell’artista teramano. Il rapporto fra il trittico e la tavola vuota costruisce una sorta di chiasmo: da una parte due corpi che si incontrano, dall’altra una comunità che non c’è più; da una parte l’abbraccio come massima espressione della vicinanza, dall’altra una tavola che conserva le tracce di una condivisione ormai sospesa. È in questa tensione che l’opera trova la propria forza. La Visitazione diventa allora non tanto un’immagine da riprodurre quanto una memoria da riattivare. L’abbraccio del Pontormo attraversa i secoli e diventa una domanda rivolta al presente: quanto è ancora necessario l’altro? Che cosa rimane quando la relazione si smaterializza? E cosa significa, oggi, condividere uno spazio, un tempo, un gesto? La scelta della tavola non è dunque soltanto scenografica. Nella storia dell’arte occidentale è da sempre un luogo carico di significati: è il banchetto, la famiglia, la comunità, il rito, la trasmissione, la parola. In La sera della Cena, tuttavia, questa collettività è scomparsa. Restano i segni. È un’immagine efficace proprio perché non pretende di spiegare l’assenza. La lascia agire. Lo spettatore entra in quello spazio e si trova davanti a una situazione incompleta, nella quale è chiamato a immaginare ciò che è accaduto prima e ciò che potrebbe accadere dopo. La sospensione temporale è parte essenziale dell’opera. Sulla tovaglia dipinta, parole e segni diventano ulteriori tracce di una narrazione che non viene mai completamente consegnata allo spettatore. L’artista costruisce così una sorta di “storia minore”, fatta di frammenti e apparizioni, coerente con una ricerca nella quale la figura umana, il paesaggio interiore e la memoria diventano strumenti per interrogare la condizione dell’individuo. La pittura, in questo modo, esce dalla superficie del quadro e occupa lo spazio. E lo spazio, a sua volta, diventa pittura. Uno degli aspetti artisticamente più interessanti del progetto è proprio la capacità di evitare sia la semplice celebrazione della storia dell’arte sia la sua utilizzazione come repertorio di immagini. Sannicandro entra in relazione con Leonardo e Pontormo senza imitarli. Il passato non viene ricostruito: viene riattivato. È una differenza sostanziale. La storia dell’arte non appare come qualcosa di concluso, ma come una materia ancora capace di produrre domande contemporanee. La vicinanza temporale con l’arrivo a Roma della Visitazione di Carmignano del Pontormo, prevista alle Scuderie del Quirinale, ha ulteriormente rafforzato questo dialogo. L’installazione di Sannicandro ha infatti anticipato di poche settimane l’arrivo nella capitale di uno dei capolavori del maestro, creando un rapporto ideale tra una grande opera del Rinascimento e una riflessione contemporanea sul medesimo tema dell’incontro. In questo senso, La sera della Cena ha avuto anche il valore di un ponte: tra pittura antica e ricerca contemporanea, tra museo e spazio istituzionale, tra opera e ambiente. Il tema dell’assenza attraversa l’intero progetto, ma non assume mai una dimensione semplicemente malinconica. L’assenza, per Sannicandro, è una forma di presenza. Ciò che non vediamo diventa infatti ciò che siamo costretti a cercare. La tavola vuota rende più evidente la necessità di chi dovrebbe occuparla. Il silenzio rende più percepibile la parola. Lo spazio lasciato libero rende più forte la memoria dei corpi che lo hanno attraversato. È questo il paradosso sul quale si fonda l’opera: per parlare dell’incontro, Sannicandro sceglie di rappresentarne la mancanza. Come scrive Umberto Palestini nel testo critico che accompagna il progetto, la tavola senza commensali «ci ricorda l’incancellabile necessità di riscoprire il valore fondante della condivisione, dell’essere insieme». Non è quindi una nostalgia rivolta al passato. È una domanda sul presente. In un’epoca nella quale una parte crescente delle relazioni passa attraverso immagini, dispositivi e forme di comunicazione smaterializzate, Sannicandro torna a un gesto primario: sedersi allo stesso tavolo. Il corpo, la distanza, la vicinanza, il nutrimento e il tempo condiviso tornano a essere materia dell’arte. Nato a Teramo nel 1965, Fabrizio Sannicandro è artista, designer e docente di Disegno contemporaneo presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino. La sua formazione, iniziata al Liceo Artistico di Teramo e proseguita all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove ha studiato pittura, è segnata fin dagli esordi da una particolare attenzione per il disegno e per il segno come strumenti di ricerca, pensiero e costruzione dell’immagine. Il suo percorso attraversa pittura, disegno, design e installazione, mantenendo al centro il rapporto tra segno, gesto e narrazione. Tra le sue principali mostre personali figurano People, alla Kyro Art Gallery di Pietrasanta, a cura di Antonello Tolve (2026); La gravità degli angeli ubriachi, a Palazzo De Thermes, Civitella del Tronto (2025); Arcani, alla Fondazione Crocetti di Roma (2022); Vite, presso l’Abbazia di Santa Maria di Propezzano (2021); e Ama, alla Sala Ipogea di Teramo (2021). Tra le mostre collettive e i progetti espositivi si ricordano Intrecci, alla Fortezza di Civitella del Tronto, a cura di Umberto Palestini (2026); Walking #5 – Image in the Space, alla Kyro Art Gallery di Pietrasanta (2025); D’oro e di terra, al Loggiato del Belvedere di Giulianova (2023); Oneflag, intervento di arte pubblica a Teramo (2022); Upcycle. Quando l’arte reinventa il mondo, all’Ambasciata d’Italia a Berna (2022); e il progetto realizzato per Aran in occasione del Salone del Mobile di Milano (2011). È stato inoltre finalista al Premio Nazionale di Mestre e all’ArteAm Cup di Savona. Accanto alla ricerca artistica, Sannicandro ha sviluppato una lunga attività nel campo della grafica, dell’illustrazione editoriale e della progettazione visiva. Ha realizzato illustrazioni per testate quali Il Manifesto, Il Gambero Rosso e Frigidaire, e ha collaborato come graphic designer e consulente creativo con marchi internazionali dell’abbigliamento, tra cui Napapijri, The North Face, Adidas Italia e Armani. Oggi questa esperienza confluisce anche nella sua attività didattica presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino, dove il disegno viene affrontato come strumento di osservazione, interpretazione, progettazione e racconto. L’installazione romana ha avuto anche una particolare dimensione territoriale. All’iniziativa, ideata dalla consigliera del Comune di Teramo Maria Cristina Marroni, hanno contribuito i promotori Franco Iachini e Francesca Di Domenico, con il coordinamento di Gino Natoni. All’inaugurazione erano presenti il Sindaco di Teramo Gianguido D’Alberto e il Presidente della Provincia di Teramo Camillo D’Angelo. Accanto al curatore Umberto Palestini, hanno preso parte al vernissage lo storico dell’arte e Presidente del Consiglio Comunale di Teramo Alberto Melarangelo, l’attrice Arianna Ninchi e numerose personalità del mondo istituzionale, culturale e artistico.





