Buongiorno o buona sera, eccoci alla prima fermata del nostro viaggio nella storia del teatro, dove incontriamo Eschilo.
- CHI E’ ESCHILO
Eschilo è il protagonista di oggi, in quanto fu il primo tragediografo operante in Grecia di cui abbiamo dei testi.
Nacque intorno al 525 a.C, da una famiglia nobile. Sappiamo con sicurezza che tra il 499 e il 496 a.C. partecipò al concorso tragico durante le Grandi Dionisie.
Eschilo vinse nel 458 a.C. con l’Orestea, l’unica tetralogia giunta intera sino a noi, seguite dal dramma satiresco Proteo, andato però perduto.
È morto a Gela nel 456 a.C.
Dopo la sua morte ricevette dai suoi contemporanei molti riconoscimenti, il più grande dei quali fu la rappresentazione postuma delle sue tragedie, all’epoca segno di eccezionale onore.
Scrisse probabilmente una novantina di opere ma purtroppo le opere che sono giunte complete sino a noi sono solo 7 ed è quantomeno doveroso citarle tutte: I Persiani, I sette contro Tebe, Le supplici, Prometeo incatenato e la già citata l’Orestea, costituita dalle tre tragedie: Agamennone, Coefore ed Eumenidi.
- FACCIAMONE UN PICCOLO RIASSUNTO
Orestea: unica trilogia giunta sino a noi di Eschilo e messa in scena nel 458 a.C. è composta da:
Agamennone: la tragedia parte dall’antefatto che Agamennone, non avendo venti favorevoli per partire alla volta di Troia, aveva sacrificato la figlia Ifigenia alla dea Artemide. Da qui nasce la sete di vendetta di Clitennestra. La regina è un personaggio che rivela una particolare profondità psicologica: il suo odio per il marito è dovuto al suo dolore di madre, che ha visto la figlia uccisa, alla sua devozione verso l’amante Egisto, che vuole così vendicarsi di Atreo (padre di Agamennone) colpevole di aver ucciso i suoi fratelli, e alla gelosia, nata dal fatto che Agamennone giunge alla reggia con Cassandra, diventata sua concubina. L’epilogo, che segue l’uccisione del re, è di grande intensità, con Clitennestra che irrompe sulla scena grondante di sangue per raccontare l’accaduto. La regina è consapevole del delitto, non ne prova rimorso ma si rende conto di essere un anello della catena di colpe che discende dal passato della sua stirpe.
Coefore: la tragedia prende il nome dal coro, composto dalle coefore, portatrici di libagioni sulle tombe dei defunti, in questo caso su quella di Agamennone. Oreste si reca sulla tomba di Agamennone, il padre defunto. Arriva Elettra, sua sorella e lui le spiega di essere tornato per vendicare la morte del padre, sotto ordine di Apollo. Il ragazzo si reca quindi dalla madre, in qualità di araldo, dicendole che Oreste è morto; Clitennestra non lo riconosce e chiede di mandare a chiamare Egisto per condividere la triste notizia. Una volta arrivato, Egisto viene ucciso da Oreste che poi si rivolge alla madre. La donna cercherà di muovere a compassione il figlio, ma inutilmente. Oreste sente da subito il peso della sua vendetta, nonostante proclami che il suo è stato un atto di giustizia. Questo peso è manifestato dalle Erinni, che perseguitano Oreste. Si rivela così il dualismo tragico tipico di Eschilo: Oreste che vendica il padre è un figlio pio che obbedisce al dio, ma allo stesso tempo finisce per rientrare ancora nella catena di delitti della sua stirpe.
Eumenidi: la terza tragedia della trilogia prende il nome dalle Erinni, dee che personificano la vendetta e che venivano chiamate anche Eumenidi. Oreste è perseguitato dalle dee per il duplice omicidio commesso e si reca, in cerca di protezione, nel tempio di Apollo che scaccia le Erinni e lo manda ad Atene, nel tempio della dea Atena per essere purificato. Le Erinni risvegliate da Clitennestra incalzano Oreste e arrivano insieme a lui nel tempio di Atena, che una volta ascoltate le due parti lascia il giudizio ad una giuria di 12 cittadini. Il voto della giuria sarà pari e Oreste sarà assolto perché Atena vota a favore del giovane. Le Erinni però non prendono bene la decisione e minacciano di vendicarsi sulla città di Atene. Solo Atena riuscirà a calmare le dee garantendogli venerazione eterna e spingendole a diventare Eumenidi, dee della giustizia oltre che della vendetta, diventando così divinità benigne protettrici della città.
Il messaggio molto importante di questa trilogia è il passaggio tra un passato segnato dalla legge del taglione (in cui le famiglie avevano il compito di vendicare un delitto) e il presente, in cui la comunità ha il diritto di intervenire nei fatti di sangue.
- PER COSA VA RICORDATO ESCHILO
Eschilo introdusse diverse novità nella tragedia greca e per queste innovazioni viene considerato il padre del genere.
Prima fra tutte è l’introduzione delle maschere (che diventeranno un tratto distintivo ed entreranno nell’immaginario collettivo delle tragedie greche).
Secondariamente l’uso di due attori in scena; fino a prima infatti, la rappresentazione era composta da un solo attore che recitava attraverso monologhi intervallati dagli interventi del coro, l’utilizzo sempre più marginale del coro stesso permettere agli attori di portare sul palco non solo dialoghi, ma anche scene di scontri e drammatizzazione dei conflitti personali, aumentando il coinvolgimento emotivo del pubblico e la complessità espressiva. Inoltre mettendo in scena due personaggi a confronto, la stessa vicenda può essere vista da prospettive radicalmente opposte.
Ultima novità apportata da Eschilo è infine l’abbandono della cosiddetta “trilogia sciolta”, i cui drammi non hanno un chiaro nesso tra loro a livello di contenuto, a favore della “trilogia legata”, che prevedeva l’unità tematica e la continuità della trama.
Nelle sue opere ci racconta i cambiamenti che avvengono in Grecia e nel mondo in cui vive, ma centrale nelle opere di Eschilo non è però la critica politica, ma la colpa che contraddistingue l’uomo: cercare di elevarsi al di sopra degli dei. I suoi personaggi inoltre sono statici, impenetrabili e irremovibili nell’affrontare il loro destino, fino alle più estreme conseguenze.
Secondo la visione eschilea l’uomo non è in grado di comprendere i propri limiti e di capire fin dove è possibile spingersi, per voglia di primeggiare viene poi punito con la sofferenza e la morte. Eschilo mostra come le azioni delle divinità sugli uomini non sono prodotte da semplice invidia, ma sono conseguenze edificanti di una colpa umana, in quanto gli dei sono assoluti garanti di giustizia e di ripristino dell’ordine.
La sofferenza è vista però da Eschilo come un modo di maturare per l’uomo, infatti la sofferenza che gli dei infliggono all’uomo è un modo per fargli capire come esista un ordine perfetto e immutabile che regge e governa il mondo.
- E per finire, vi lascio con due frasi celebri di Eschilo che secondo me racchiudono il suo pensiero:
“Non è saggio chi sa molte cose, ma chi sa cose utili.”
“In guerra, la verità è la prima vittima.”
Grazie per avermi ascoltato e come scrisse Manzoni: …. se fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.
Ci vediamo alla prossima fermata!