Ci sono luoghi che non smettono di custodire emozioni. Restano in silenzio, mentre la vita scorre, le persone cambiano e le canzoni continuano ad accompagnare generazioni diverse. Poi, un giorno, qualcosa le richiama. E ciò che sembrava appartenere soltanto alla memoria torna a essere presente. Per Claudio Baglioni, Piazza di Siena è uno di questi luoghi. Il 24 ottobre 1982, a Villa Borghese, circa 250mila persone si ritrovarono per Alé-Oó, uno dei grandi eventi della storia della musica dal vivo italiana. Quarantaquattro anni dopo, nello stesso giorno, il cantautore tornerà in quella cornice. Non per ripetere una notte che appartiene ormai alla storia, ma per ritrovare, attraverso la musica, il filo che unisce ciò che siamo stati a ciò che possiamo ancora diventare. Da questa idea nasce “CHE NOTTE È QUESTA! La partenza”, sette concerti in programma il 24, 25, 27, 28, 30 e 31 ottobre e il 1° novembre 2026. L’appuntamento segnerà l’inizio del GRANDTOUR LaVitaÈAdesso, un progetto che nel 2027 porterà Baglioni in viaggio attraverso l’Italia, con cinquanta concerti in ottanta giorni, tra città d’arte, siti archeologici, monumenti e paesaggi… Un itinerario musicale destinato a concludersi nuovamente a Roma, il 23 ottobre 2027, ai Fori Imperiali,con “CHE NOTTE È QUESTA! Il ritorno”. Tra la partenza e il ritorno si disegna così il racconto di una vita artistica che non cerca di fermare il tempo, ma di attraversarlo. La presentazione nella prestigiosa Aula Giulio Cesare del Campidoglio ha avuto il tono di un racconto personale, nel quale Roma è apparsa non soltanto come il luogo prescelto per grandi eventi ma come una presenza costante nella biografia del cantautore. Una città che Baglioni ha percorso in lungo e in largo, dai grandi stadi ai luoghi meno convenzionali, portandovi la propria musica e lasciandovi, concerto dopo concerto, una parte di sé. Ha raccontato di aver sognato di essersi perso per le strade della Capitale, fermando le persone per chiedere dove avrebbe dovuto suonare. Al risveglio, quel sogno lo ha condotto a ripercorrere mentalmente i luoghi nei quali si era esibito: dal Gianicolo al Pincio, da Centocelle al Foro Italico, dalle carceri fino al Vaticano... Una mappa fatta di palcoscenici, incontri e ricordi, che si sovrappone alla geografia della città. Ma dentro questa Roma monumentale c’è anche quella degli inizi, quella dei ricordi quando era ancora un ragazzo con una chitarra e gli amici, animato dal desiderio di poter un giorno «sconvolgere il quartiere». Forse è proprio qui che si ritrova il senso più autentico del suo ritorno: nell’incontro tra quel ragazzo che sognava il futuro e l’artista che, dopo quasi sessant’anni di carriera, continua a cercare nuove strade per raccontarlo. Il Sindaco Roberto Gualtieri, accogliendolo in Campidoglio, ha condiviso con Baglioni un momento di simpatia legato a una passione comune. Il cantautore ha infatti raccontato di considerare il primo cittadino quasi un collega, dal momento che entrambi suonano la chitarra. Una battuta semplice, ma capace di restituire la naturalezza di un rapporto che va oltre i ruoli istituzionali: due persone che, pur attraverso esperienze differenti, riconoscono nella musica un linguaggio familiare. Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale, ha sottolineato il valore dell’artista e del progetto per la città, definendo Baglioni «storia e leggenda della musica italiana» e riconoscendogli il ruolo di protagonista intergenerazionale. Una definizione che trova riscontro nella capacità delle sue canzoni di attraversare le età della vita: ci sono brani che hanno accompagnato i primi amori, altri che hanno dato voce alle attese, alle partenze. E ci sono melodie che, ascoltate molti anni dopo, sembrano conservare intatta la loro verità. È anche questo il motivo per cui il ritorno a Piazza di Siena assume un significato particolare. Nel 1982, Alé-Oó fu il culmine di una stagione in cui il concerto dal vivo diventava un grande rito collettivo. Quella folla immensa testimoniò la forza di una musica capace di riunire migliaia di persone in un’unica emozione. Oggi, quel ricordo non viene riproposto come un’immagine da conservare sotto vetro, ma come una storia ancora aperta. Baglioni ha chiarito che “CHE NOTTE È QUESTA!” non sarà la ricostruzione di quella serata. Sul palco saliranno venti musicisti e prenderanno forma quaranta canzoni, riarrangiate per l’occasione, in uno spettacolo concepito come un grande teatro a cielo aperto. Il repertorio attraverserà quasi sessant’anni di carriera, senza trasformare il concerto in una successione di ricordi. Perché le canzoni non sono oggetti immobili: cambiano insieme a chi le canta e a chi le ascolta. Una frase che a vent’anni sembrava parlare d’amore può assumere, con il passare degli anni, il significato di una promessa mantenuta, di un rimpianto superato o di una possibilità ancora viva. Il passato, dunque, ci sarà, ma non come un rifugio. Sarà materia da trasformare, da restituire al presente con una voce nuova. C’è poi un aspetto più intimo: Baglioni ha raccontato di aver temuto, qualche mese fa, che la sua esperienza sul palco potesse essere arrivata alla fine. «Pensavo che veramente la parola fine fosse arrivata», ha ricordato, evocando un momento in cui la possibilità di smettere non dipendeva più soltanto dalla propria volontà. Sono parole che cambiano la prospettiva di questo ritorno. Perché quando si è costretti a immaginare di perdere ciò che ha dato senso a una parte così grande della propria esistenza, tornare non significa semplicemente riprendere un’attività. Significa riappropriarsi di un desiderio, riconoscere che dentro di sé c’è ancora qualcosa che chiede di essere espresso. A 75 anni, Baglioni non sembra interessato a tracciare un bilancio definitivo. Il suo sguardo rimane rivolto a ciò che accade quando sale sul palco, a quel luogo in cui, paradossalmente, riesce a nascondersi meglio. Un’affermazione che contiene una delle contraddizioni più affascinanti del mestiere dell’artista: esporsi davanti a migliaia di persone per trovare uno spazio di libertà che altrove sarebbe difficile raggiungere. Sul palco, ha spiegato, può essere le tante persone che è e anche quelle che avrebbe voluto essere. Può dare corpo a emozioni che nella vita quotidiana restano nascoste, attraversare esistenze diverse dalla propria, trasformare desideri, fragilità e immaginazione in qualcosa che gli altri possano riconoscere come proprio. È il suo «gioco molto serio», come lo ha definito. Un gioco nel quale la leggerezza non esclude la profondità e la finzione può diventare uno strumento per dire la verità. In diverse lingue, del resto, le parole che indicano il giocare e il suonare si incontrano: come se la musica custodisse da sempre questa possibilità di stare dentro la vita senza smettere di reinventarla. E poi c’è il pubblico. Il tempo che le persone scelgono di dedicare a una canzone, la disponibilità a ritrovarsi nello stesso luogo per ascoltare una voce, la capacità di condividere per qualche ora emozioni che appartengono a ciascuno e, nello stesso momento, a tutti. Forse è proprio questo che rende ancora necessario il palcoscenico: non l’abitudine a essere applauditi, ma la possibilità di creare un incontro che non esiste prima e che, una volta terminato, non potrà essere ripetuto esattamente nello stesso modo. Da Piazza di Siena prenderà forma il GRANDTOUR LaVitaÈAdesso. Nell’estate del 2027, cinquanta concerti in ottanta giorni attraverseranno l’Italia, mettendo in relazione la musica con il patrimonio storico, artistico e naturale del Paese. Il richiamo al Grand Tour evoca il viaggio che, per secoli, ha condotto artisti, intellettuali e viaggiatori alla scoperta delle bellezze italiane. Baglioni ne propone una lettura contemporanea, nella quale il palcoscenico diventa un punto d’incontro tra le canzoni, i territori e le comunità. I monumenti e i paesaggi non saranno soltanto scenografie, ma luoghi da ascoltare attraverso la musica. E forse una canzone può fare proprio questo: restituire a un luogo una luce diversa, legandolo a un’emozione che continuerà ad accompagnarci anche quando saremo lontani. Il viaggio si concluderà a Roma, il 23 ottobre 2027, ai Fori Imperiali, con “CHE NOTTE È QUESTA! Il ritorno”. Non un addio, ha precisato Baglioni, ma la conclusione di «un certo tipo di live». Una distinzione importante, perché lascia aperta la porta a ciò che verrà. Il progetto avrà una sua conclusione, ma non per questo dovrà averla la musica. Tra Piazza di Siena e i Fori Imperiali trascorrerà quasi un anno. In mezzo ci saranno strade, città, paesaggi, incontri e migliaia di persone. Eppure il senso del viaggio sembra già racchiuso nella distanza tra quei due luoghi romani: partire da dove tutto è ancora vivo nella memoria e tornare dopo aver lasciato che il tempo aggiunga nuove storie. Forse è questo il privilegio di una vita trascorsa con le canzoni: scoprire che non si è mai davvero finito di raccontare ciò che si è, perché ogni stagione porta con sé parole diverse, anche quando la melodia è la stessa. Piazza di Siena custodisce il ricordo di un ragazzo che sognava di cambiare il mondo partendo dal proprio quartiere. Ai Fori Imperiali arriverà un uomo che ha attraversato generazioni, successi, paure e ripartenze, senza rinunciare alla possibilità di immaginare ancora. Fra quei due momenti c’è tutta la distanza di una vita, ma anche qualcosa che non è cambiato: il bisogno di salire su un palco e cercare un punto d’incontro con gli altri. Forse, alla fine, il tempo non si misura soltanto negli anni che passano, nei concerti che restano nella storia o nei luoghi in cui abbiamo cantato. Si misura anche nelle emozioni che riusciamo ancora a provare, nelle persone che continuiamo a incontrare, nelle strade che troviamo il coraggio di percorrere quando pensavamo di averle già percorse tutte. E così, quando le luci di Piazza di Siena si accenderanno il 24 ottobre 2026, non tornerà soltanto la memoria di una notte lontana. Tornerà la possibilità di sentirsi parte di qualcosa che accade una volta sola, proprio perché appartiene a quel preciso istante. Poi verrà il viaggio, con le sue partenze e le sue attese, fino alla sera dei Fori Imperiali. E forse, quando anche quell’ultimo concerto sarà terminato, resterà una domanda senza bisogno di risposta: quante volte può ricominciare una vita, se non si smette di ascoltare ciò che ha ancora da dire? Claudio Baglioni sembra aver scelto di non rispondere con le parole. Preferisce farlo con la musica, mettendosi ancora in cammino. Perché ci sono canzoni che raccontano una vita, ne custodiscono le ferite, i sogni e tutto ciò che le parole, a volte, non riescono a dire. E ci sono vite che trovano nella musica il modo di raccontarsi, di arrivare al cuore di qualcuno e di lasciare un segno che va oltre il tempo. Perché finché c’è una canzone da cantare e qualcuno disposto ad ascoltarla, quella musica continuerà a vivere, a emozionare e a trovare casa nell’anima di chi sa ascoltare davvero. E Claudio Baglioni, con la sua musica, riesce a fare proprio questo: unire storie diverse, toccare corde profonde e farci sentire, almeno per una sera, parte della stessa, grande emozione.




