Buongiorno o buona sera, eccoci alla seconda fermata del nostro viaggio nella storia del teatro, dove incontriamo Sofocle.
- CHI E’ SOFOCLE
Sofocle è nato a Colono, un sobborgo di Atene nel 496 a.C., era figlio di un ricco ateniese quindi ricevette un’educazione di tipo aristocratico. Come scrittore di tragedie, Sofocle ebbe una straordinaria popolarità già a partire dal suo esordio, avvenuto nel 468 a.C all’età di 27 anni, quando sconfisse Eschilo, più anziano e ben più famoso di lui, ottenendo un successo clamoroso. Dopo questa prima vittoria, vinse altri ventiquattro concorsi drammatici. Numerosi sono gli elogi che Aristotele gli attribuì nella Poetica, dove lo presenta come il più grande fra gli autori di tragedie.
Benché non fosse per temperamento un uomo politico, partecipò alla vita pubblica e ricevette anche incarichi di carattere militare. Su di lui si sono tramandati molti aneddoti, dai quali emerge come fosse un uomo di carattere sereno e di spirito amabile. Le fonti parlano di un uomo tranquillo, conviviale, dal sottile umorismo, arguto, cortese e raffinato. Persino i poeti comici, il cui sarcasmo non risparmiava nessuno, ne tessevano le lodi.
Dei 123 drammi riconosciuti autentici dai filologi alessandrini, la tradizione medievale ha tramandato solamente sette tragedie: Aiace, Antigone, Trachinie, Edipo Re, Elettra, Filottete ed Edipo a Colono.
È morto ad Atene nel 406 a.C., città a cui era molto legato e dalla quale non si allontanerà mai.
- RIASSUNTO DI UN’OPERA
Filottete: la tragedia narra di quando Odisseo e Neottolemo, il giovane figlio di Achille, approdano nell’isola deserta di Lemno dove un tempo era stato abbandonato Filottete, il più grande arciere greco. Filottete è stato abbandonato sull’isola durante il viaggio per Troia. Un oracolo però svela ai greci che senza l’arco di Filottete la città non cadrà mai. Con un inganno cercano di farsi consegnare l’arma, Filottete acconsente ma quando Neottolemo finge di voler partire, Filottete lo supplica di portarlo con sé e condurlo in patria. Neottolemo acconsente e Filottete lo ringrazia calorosamente, facendogli vedere e toccare il famoso arco. Il Coro canta la sciagura e il dolore immeritato di Filottete, rivive la sua solitudine e la propria sofferenza, accennando alla sua salvezza per opera di Neottolemo.
A questo punto Filottete è preso da un tremendo dolore al piede e, dopo aver affidato l’arco a Neottolemo, cade in un sonno profondo. Il Coro esorta Neottolemo di cogliere l’occasione. Il giovane è però nel culmine di una crisi interiore e quando Filottete si risveglia ringraziandolo affettuosamente, Neottolemo, eroe sincero come il padre Achille, si pente amaramente e riconsegna a Filottete il conteso arco. Odisseo si infuria ma alla fine, come sappiamo dall’Iliade, Filottete combatterà al fianco di Neottolemo sino alla resa della città. Questa tragedia è l’unica a lieto fine e il tema centrale è il dibattitto tra l’utile e l’onesto e sulla possibile conciliazione di essi. Odisseo incarna l’utile, anche a costo dell’inganno, mentre Neottolemo, posto dal poeta come personaggio centrale dell’opera, l’onesto.
PER COSA VA RICORDATO SOFOCLE:
La storia del teatro attribuisce a Sofocle tre innovazioni importanti: l’aumento del numero dei coreuti da 12 a 15 (che però perdono la loro parte nell’azione diventando sempre più spesso spettatori commentatori dei fatti); l’aggiunta del terzo attore (che permette maggior dinamismo nel ritmo teatrale) e la composizione di drammi indipendenti, liberi dal legame della trilogia che esisteva in precedenza. Aristotele afferma inoltre che Sofocle ha inventato la scenografia, probabilmente intendendo l’uso da parte del drammaturgo di pannelli di legno decorati.
La trama dei suoi drammi non ha molta importanza, ai fini della costruzione poetica; il peso di tutta la tragedia sta sulle spalle del protagonista, mirabile creatura di complessità psicologica e, al tempo stesso, di coerente essenzialità umana. In Sofocle il pathos tragico (che ispira allo spettatore pietà, ansia e terrore per le sventure del protagonista) raggiunge l’espressione perfetta.
L’eroe sofocleo si presenta come un emarginato, un singolo reso estraneo alla comunità civile e spesso in lotta contro di essa. È anche e soprattutto quella di un grande sconfitto, che vede il suo progetto scontrarsi contro le esigenze della polis o contro la volontà degli dèi.
La tragedia sofoclea è riconosciuta il per minimalismo e l’essenzialità: tutto si concentra attorno all’azione drammatica del personaggio, anche i personaggi secondari (che sono a volte degli alleati e altre volte degli avversari) non fanno che accentuare l’isolamento del protagonista. Infine Sofocle introduce i dialoghi botta e risposta, nei quali ciascun attore recita a turno un solo verso, dando un ritmo serrato e concitato alla scena.
Le tragedie di Sofocle sono contrassegnate da una forte religiosità al pari del suo predecessore Eschilo, sebbene in Sofocle la figura umana acquisti una maggior importanza a danno di quella oltreumana, che scompare progressivamente.
In fine, nelle tragedie di Sofocle, si riscontra un numero di figure femminili pari a quelle maschili. Motivo per cui si attribuisce al teatro di Sofocle un certo sperimentalismo.
- E per finire, vi lascio con due frasi celebri di Sofocle, ma vi confesso che è stato molto difficile sceglierne soltanto due:
“Piuttosto che avere successo con l’inganno, fallisci con onore.”
“I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa.”
Grazie per avermi ascoltato e come scrisse Manzoni: è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.
Ci vediamo alla prossima fermata!