Ci sono artisti che hanno cambiato il modo di guardare il mondo e altri che sono riusciti a trasformare la propria arte in un linguaggio capace di attraversare confini geografici, sociali e culturali. Keith Haring appartiene a questa seconda categoria: un artista che ha fatto delle sue linee un gesto di libertà, del colore uno strumento di partecipazione e della strada un luogo d’incontro tra creatività e vita quotidiana. Dietro l’apparente semplicità delle sue immagini si nasconde una visione complessa e profondamente umana, capace di raccontare le contraddizioni della società, denunciare le ingiustizie e rivendicare il diritto di ogni individuo a esprimersi liberamente. È questa la forza di un linguaggio che, a distanza di decenni, continua a parlare al presente e a mettere in discussione i confini tra musei e spazi pubblici, cultura d’élite e cultura popolare. Dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027, il Museo di Roma – Palazzo Braschi ospita una grande mostra dedicata all’artista statunitense, con oltre 140 opere e materiali concessi eccezionalmente dalla Nakamura Keith Haring Collection, la maggiore raccolta al mondo dedicata alla sua produzione, affiancati da importanti prestiti pubblici e privati. Curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, l’esposizione ripercorre le tappe fondamentali della sua ricerca, dai primi disegni nella metropolitana di New York ai manifesti politici, dalle sperimentazioni sul colore alle opere pubbliche, fino alle riflessioni sulla spiritualità e sulla fragilità dell’esistenza. Il percorso è costruito come un viaggio attraverso le diverse stagioni della sua produzione, seguendo il filo di un linguaggio che ha saputo trasformare l’esperienza quotidiana in arte e l’arte in uno strumento di comunicazione universale. La «democrazia delle immagini» è una chiave di lettura particolarmente efficace per comprendere la sua opera. Non una definizione storico-artistica codificata, ma un’espressione che restituisce la volontà di Haring di portare la creatività fuori dai circuiti tradizionali e renderla accessibile a tutti. Le sue immagini raggiungono il pubblico nelle stazioni della metropolitana, nelle strade e nei luoghi di aggregazione, senza rinunciare alla capacità di affrontare questioni sociali e politiche complesse. La loro immediatezza è unica: dietro ogni figura si nascondono significati, tensioni e domande che riguardano la libertà, il potere, il corpo e la dignità umana. È in questo equilibrio tra accessibilità e profondità che risiede una delle eredità più attuali dell’artista. Per comprenderne la portata occorre tornare alla New York degli anni Ottanta, una città attraversata da violenza, diffusione delle droghe e degrado urbano, ma anche animata da una straordinaria vitalità culturale. Sono gli anni dell’hip-hop, dei club underground, della danza e delle nuove forme di espressione giovanile. Haring individua nella strada il luogo privilegiato della propria ricerca e, a partire dal 1980, comincia a disegnare con il gessetto bianco sui pannelli pubblicitari inutilizzati della metropolitana newyorkese. Nascono così i celebri Subway Drawings, immagini dinamiche e riconoscibili che raggiungono ogni giorno migliaia di pendolari. Un pannello vuoto e un pezzo di gesso diventano l’occasione per trasformare un luogo di passaggio in uno spazio d’incontro con l’arte. La metropolitana si fa galleria pubblica, il viaggiatore diventa spettatore e il disegno si afferma come un linguaggio capace di superare le differenze culturali e linguistiche. La mostra ripercorre anche il rapporto speciale tra Haring e l’Italia, che precede la consacrazione internazionale dell’artista. Nel maggio 1983, a Milano, dipinge dal vivo il flagship store Fiorucci; nello stesso anno presenta a Napoli la sua prima mostra personale italiana, Italia ’83, alla Galleria Lucio Amelio, realizzando anche un’opera per il progetto Terrae Motus. Nel 1984 espone alla Galleria Salvatore Ala di Milano ed è selezionato per la Biennale di Venezia. A Roma, nell’ambito della manifestazione Arte di Frontiera. New York Graffiti, curata da Francesca Alinovi al Palazzo delle Esposizioni, realizza in poche ore un murale sulla scalinata esterna dell’edificio, oggi perduto. Il legame con il nostro Paese culmina nel 1989 a Pisa con Tuttomondo, il grande murale sulla parete del convento di Sant’Antonio Abate, destinato a diventare la sua ultima grande opera pubblica permanente. Queste esperienze testimoniano quanto il contatto diretto con gli spazi e con le persone sia stato essenziale nella sua concezione dell’arte. Il percorso espositivo torna quindi alle origini newyorkesi, mettendo in dialogo i Subway Drawings con i sette pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo la FDR Drive, la grande arteria stradale di Manhattan. Opere nate fuori dai luoghi tradizionalmente deputati all’arte, nelle quali il segno si misura con superfici e dimensioni differenti. Accanto a stampe, disegni, opere su carta, poster e sculture, figura anche una motocicletta Yamaha dipinta durante il soggiorno romano del 1984: un oggetto quotidiano trasformato in una superficie espressiva, ulteriore testimonianza della libertà creativa di Haring. La mostra prosegue ricostruendo la grammatica visiva che ha reso l’artista riconoscibile. Nella serie Icons, realizzata nel 1990, pochi mesi prima della morte, si ritrovano alcune delle figure più rappresentative del suo immaginario: il Bambino Radiante, il Cane, l’Angelo, l’Uomo Alato e il Volto dai Tre Occhi. Forme essenziali, capaci di racchiudere significati molteplici e di essere riconosciute in tutto il mondo. Il bambino richiama l’innocenza e l’energia vitale; il cane può assumere significati diversi, dalla giocosità alla rappresentazione del potere; l’angelo evoca la spiritualità e la protezione, mentre altre figure mantengono un significato aperto, lasciando spazio all’interpretazione. Questo alfabeto visivo dimostra come la semplicità formale possa convivere con una notevole complessità concettuale. Il linguaggio di Haring non si limita a rappresentare il mondo: lo interroga, lo mette in movimento e invita chi guarda a partecipare. Una parte fondamentale della mostra è dedicata all’impegno politico e sociale. Haring utilizza manifesti e immagini pubbliche per affrontare temi come il razzismo, l’apartheid, la minaccia nucleare, la violenza, la droga e la prevenzione dell’AIDS. Opere come Free South Africa, Crack Down! e Safe Sex!, insieme ai poster realizzati per ACT-UP e per la AIDS Hotline, testimoniano la volontà di trasformare la comunicazione visiva in uno strumento di sensibilizzazione. Nel corso della sua carriera realizza oltre cento poster, convinto che questo mezzo possa raggiungere anche chi resta lontano dai musei e dalle gallerie. La sua non è semplicemente un’arte di denuncia: è una forma di partecipazione che invita a riflettere e a non restare indifferenti. Il percorso si fa poi più intimo e fisico con la sezione Radiant Eros – Celebrare la vita, dedicata al corpo, al desiderio e alla libertà individuale. Tra le opere presentate figurano i cinque Untitled del 1983, realizzati con pigmenti fluorescenti e colori Day-Glo, le tavole Bad Boys e il monumentale Untitled del 1984. Le opere fluorescenti sono valorizzate attraverso una particolare illuminazione, pensata per restituirne l’intensità cromatica. Nel pieno della crisi dell’AIDS e in un clima sociale spesso ostile, Haring fa del corpo e della sessualità un terreno di affermazione e resistenza. Celebrare la vita, l’amore e la propria identità diventa un modo per contrastare paura, vergogna e discriminazione. La sua produzione non nasconde la fragilità umana, ma la trasforma in energia creativa, attraverso figure che si muovono, si incontrano e sembrano attraversate da un impulso vitale continuo. La musica è un’altra componente essenziale di questo universo. Haring frequenta la scena underground newyorkese, i locali notturni e gli ambienti in cui pittura, danza, performance e cultura popolare si incontrano. Il Club 57 e il Paradise Garage sono luoghi significativi di questa esperienza, che lo porta a realizzare manifesti, scenografie e copertine di dischi in dialogo con musicisti, DJ e ballerini. Nelle sue opere il segno sembra seguire un ritmo, mentre le figure danzanti trasformano la superficie in uno spazio di movimento. La linea diventa così una sorta di musica visiva, espressione di una cultura nella quale le arti si contaminano e si alimentano reciprocamente. La mostra affronta anche la dimensione religiosa e simbolica della sua ricerca. Il Serpente, la Croce, l’Angelo e la Piramide ricorrono in un immaginario aperto a significati differenti: vita, energia, conflitto, trasformazione e speranza. Haring guarda all’arte africana, precolombiana e azteca, attratto dalla forza espressiva di forme essenziali, e si confronta con l’iconografia cristiana e la mitologia classica, anche attraverso i suoi soggiorni in Italia. Ne nasce un vocabolario che attraversa culture e tradizioni senza rinunciare alla propria originalità, affrontando temi universali come la nascita, l’amore, la sofferenza e il bisogno di dare un significato all’esistenza. Il percorso raggiunge il suo momento più intenso con Apocalypse e Altarpiece: The Life of Christ, due opere che testimoniano la profondità delle ultime riflessioni dell’artista. Nel 1988, dopo la diagnosi di sieropositività, Haring realizza Apocalypse, una serie di 22 litografie nata dal confronto con le visioni dello scrittore William S. Burroughs. Le immagini restituiscono un universo inquieto, segnato dalla distruzione e dal disordine, nel quale la forza del segno dà forma alle paure e alle contraddizioni del mondo contemporaneo. Nel 1990, nell’ultimo anno della sua vita, realizza Altarpiece: The Life of Christ, affidandosi alla forma della pala d’altare cristiana per affrontare i temi della fede, della sofferenza e della trascendenza. L’opera viene esposta nella Cathedral Church of St. John the Divine di New York in occasione del funerale dell’artista e, nella mostra romana, viene simbolicamente ricollocata nella cappella di Palazzo Braschi. Da una parte il caos, dall’altra la ricerca di una speranza capace di andare oltre la fragilità del corpo: due estremi che restituiscono la complessità di un artista consapevole della propria condizione, ma deciso a continuare a comunicare attraverso il proprio lavoro. Keith Haring muore il 16 febbraio 1990, a soli 31 anni, lasciando un’eredità che continua a parlare alle nuove generazioni. La mostra è promossa da Roma Capitale, attraverso l’Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. È coprodotta e organizzata dalla Sovrintendenza Capitolina e da MondoMostre, con il supporto di Zètema Progetto Cultura. Il progetto si avvale del sostegno di Fineco, Premium Partner; ATAC, Mobility Partner; Hotel de la Ville – Rocco Forte Hotels, Partner Culturale; Rinascente, Fashion Partner; e Dimensione Suono Roma, Radio Partner. Presenti in conferenza stampa l’ Assessore Massimiliano Smeriglio, Ilaria Miarelli Mariani, direttrice della Direzione Musei Civici e co-curatrice della mostra; Kaoru Yanase e Claudio Zambianchi, curatori dell’esposizione; Tommaso Radelli, presidente di MondoMostre. In occasione dell’inaugurazione, il cortile del museo ha ospitato un DJ set di Corrado Rizza, DJ, produttore e storico della club culture, dedicato alle sonorità del leggendario Paradise Garage di New York, luogo frequentato e amato da Haring. Le figure di Haring continuano a correre, i colori a vibrare, le linee a danzare. E da questo universo riaffiora una lezione ancora attuale: la cultura non deve creare distanze, ma avvicinare le persone; l’arte non deve essere un privilegio per pochi, ma un’occasione d’incontro, libertà e consapevolezza. La mostra di Palazzo Braschi è un’occasione preziosa per riscoprire Keith Haring oltre le immagini diventate icone, seguendo le diverse tappe della sua vita. Un percorso che invita a guardare il mondo con occhi diversi e a riconoscere, anche in un semplice segno, la possibilità di aprire nuove prospettive.
www.museodiroma.it, www.museiincomune.it e www.mondomostre.it.








