Babà, tortellini, orecchiette, lasagne alla bolognese, ’nduja, cassata siciliana, arancini, focaccia genovese, piadina romagnola, mozzarella di bufala, pesto, supplì, porchetta… Sono piatti e prodotti che fanno parte della quotidianità alimentare italiana, presenti sulle tavole di milioni di persone ogni giorno. E oggi diventano anche protagonisti di ItaliaPAT, una nuova piattaforma digitale, pensata per raccontare e valorizzare queste eccellenze attraverso storie, territori e innovazione. Eppure, c’è un dettaglio sorprendente: molti non sanno che questi alimenti fanno parte di un elenco ufficiale che tutela la tradizione gastronomica del Paese. Si chiamano PAT, Prodotti Agroalimentari Tradizionali, e rappresentano oltre 5.700 specialità locali riconosciute dallo Stato italiano. Un elenco fortemente voluto nell’anno 2000 e che rappresenta un record mondiale di biodiversità. Non si tratta solo di ricette o ingredienti, ma di un patrimonio culturale fatto di storia, territori e saperi tramandati nel tempo. Nonostante questo, un italiano su due non conosce il significato della sigla PAT, pur consumando regolarmente questi prodotti. Questo “anonimato” è in parte dovuto proprio alla loro diffusione: sono così radicati nella vita quotidiana da risultare quasi invisibili. Non vengono percepiti come qualcosa da scoprire o proteggere, ma semplicemente come parte naturale della cucina di casa. E invece rappresentano un unicum a livello mondiale, un mosaico di identità locali che racconta l’Italia meglio di qualsiasi guida turistica. Ma mentre esiste un’Italia autentica che spesso non sa di esserlo, ce n’è un’altra che prova a imitarla. È il fenomeno del fake food, ovvero la produzione e commercializzazione di prodotti che si presentano come italiani senza esserlo davvero. Un sistema che danneggia sia i consumatori sia i produttori, alterando la percezione della qualità e indebolendo le filiere agricole nazionali. In questo contesto si inserisce la battaglia contro l’agropirateria, portata avanti negli anni grazie all’impegno come presidente di Fondazione Univerde da Alfonso Pecoraro Scanio, promotore della campagna #NoFakeFood. L’obiettivo è stato quello di accendere i riflettori su un fenomeno spesso sottovalutato, ma economicamente e culturalmente molto rilevante. Grazie a questa attività di sensibilizzazione, l’agropirateria è stata progressivamente riconosciuta come una pratica da contrastare con maggiore severità, fino a essere inserita come aggravante penale nella legislazione italiana. Oggi finalmente chi falsifica o spaccia per italiani prodotti che non rispettano origine e qualità può essere punito più duramente. La difesa del vero Made in Italy passa quindi da un doppio binario: da un lato la lotta contro le imitazioni, dall’altro la valorizzazione di ciò che è autentico. Ed è proprio qui che i PAT assumono un ruolo centrale. Riconoscerli, nominarli e raccontarli significa non solo preservare la tradizione, ma anche rafforzare la consapevolezza di ciò che portiamo ogni giorno in tavola. Perché il rischio più grande non è solo che qualcuno copi i nostri prodotti, ma che noi stessi smettiamo di riconoscerne il valore.



