Il Natale, nella cultura occidentale, è il tempo del dono per eccellenza. Un gesto antico, che affonda le sue radici nella tradizione cristiana, nello scambio rituale, nella trasmissione di valori e nella costruzione dei legami familiari. Regalare a Natale non significa soltanto offrire un oggetto, ma partecipare a un rito collettivo che parla di attesa, di riconoscimento dell’altro e di appartenenza.
Negli ultimi decenni, tuttavia, il significato culturale del dono natalizio si è progressivamente intrecciato con una dimensione consumistica sempre più accelerata, in cui il valore simbolico rischia di essere oscurato dalla quantità e dall’immediatezza. In particolare, per bambini e preadolescenti, il Natale diventa spesso il momento in cui desideri, e le aspettative e identità si giocano attraverso gli oggetti. Comprendere come il dono possa restare un atto educativo, capace di nutrire la crescita emotiva e di sostenere la costruzione del sé è oggi anche una responsabilità culturale oltre che genitoriale. Su questi temi, segue una interessante intervista realizzata dalla giornalista Marialuisa Roscino alla dott.ssa Adelia Lucattini, ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, che ci guida a leggere il significato profondo dei regali nel tempo di Natale.
“Accompagnare i bambini nel processo decisionale, guardare gli oggetti, confrontarli, chiedersi cosa davvero serve o cosa desiderano di più, rappresenta un piccolo laboratorio esperienziale e quindi mentale. Qui il bambino impara a desiderare, ma anche ad attendere, a rinunciare, a sopportare la frustrazione: competenze che costituiscono la base della maturazione del Super-Io e delle funzioni di autoregolazione” afferma la dott.ssa Lucattini
In che modo un consumo consapevole, accompagnato e guidato dai genitori, può trasformarsi in un’occasione educativa che favorisce la maturazione emotiva e identitaria?
Nella vita quotidiana, il momento degli acquisti è spesso visto come un’azione pratica scegliere un oggetto o valutarne il prezzo, pagare. Ma per un bambino, vissuto insieme a un genitore, questo momento può diventare molto di più: uno spazio di apprendimento emotivo e relazionale. Nel contesto attuale, caratterizzato da stimoli continui e gratificazioni immediate, educare alla scelta è sempre più importante.
Accompagnare nel processo decisionale, guardare gli oggetti, confrontarli, chiedersi cosa davvero serve o cosa desiderano di più, rappresenta un piccolo laboratorio esperienziale e quindi mentale. Si impara a desiderare, ma anche ad attendere, a rinunciare: competenze che costituiscono la base della maturazione del Super-Io e delle funzioni di autoregolazione.
Scegliere un oggetto implica lasciare da parte altro: questo gesto, semplice, è in realtà un esercizio interno potente, che insegna a distinguere ciò che è prezioso da ciò che è superfluo e rafforza la costruzione di un Sé più stabile e coerente.
Quando il momento dell’acquisto viene vissuto all’interno della relazione con il genitore, si sperimenta non solo la scelta in sé, ma l’essere accompagnato nella scelta: un’esperienza affettiva che sostiene la crescita psicologica e crea sicurezza interna.
Questi processi sono confermati anche dalla letteratura scientifica: uno studio molto influente pubblicato sul Journal of Youth Studies (2012) ha mostrato che un alto livello di consumerismo in preadolescenza si associa a maggiore vulnerabilità psicologica, minor benessere e maggiori difficoltà nella costruzione di un’identità stabile. Al contrario, i giovani guidati nella riflessione sulle proprie scelte di acquisto sviluppano maggiore autonomia emotiva, tolleranza alla frustrazione e capacità decisionali più mature.
Da cosa nasce, secondo Lei, il desiderio insistente di avere molti giochi e come possiamo comprenderlo?
Il desiderio pressante di ricevere continui oggetti non è solo un capriccio, spesso è l’espressione di un tentativo inconscio di colmare un vuoto interno, una tristezza o una sensazione di mancanza difficile da nominare. In psicoanalisi, i giochi possono assumere la funzione di oggetti transizionali, che aiutano a mantenere continuità affettiva e senso di sicurezza quando percepisce distanze, assenze o cambiamenti nella propria vita quotidiana (un genitore che lavora molto, l’arrivo di un fratellino, un trasloco, una separazione, ecc.).
A volte diventano veri oggetti-Sé, che il bambino usa per consolidare un senso di coesione psicologica ed evitare sensazioni di frammentazione emotiva. Anche l’impulso al collezionismo, rappresenta un modo di “ordinare il mondo interno” attraverso la ripetizione, la serie, l’accumulo: mettere in fila, catalogare, raccogliere, permette di dare una forma simbolica a emozioni e pensieri che, altrimenti, rischierebbero di essere percepiti come caotici.
Questa funzione regolativa degli oggetti nella vita psichica è confermata anche da studi recenti sulla regolazione emotiva e sull’attaccamento agli oggetti: una ricerca di Fortuna e colleghi, pubblicata su Frontiers in Psychology (2014), ha mostrato come l’attaccamento a oggetti inanimati in bambini di 3 anni possa rappresentare un vero meccanismo di coping di fronte alla separazione dai caregiver e alle esperienze di stress legate al contesto di cura, sostenendo l’idea che questi oggetti contribuiscano a modulare ansia, senso di solitudine e insicurezza
Perché alcuni oggetti (dai giocattoli, ai videogiochi, ai vestiti) vengono vissuti come veri e propri status symbol?
Nel passaggio dall’infanzia alla preadolescenza, gli oggetti iniziano ad assumere una funzione che va ben oltre il loro uso pratico. Giochi “di tendenza”, sneakers di marca, videogiochi desiderati diventano strumenti attraverso cui ci si confronta con il mondo dei pari e cerca di definire la propria posizione all’interno del gruppo. In tali contesti, l’oggetto smette di essere un mero possesso: diventa un segno sociale, un linguaggio simbolico con cui affermare appartenenza, differenze, desiderio di riconoscimento.
Da una prospettiva psicoanalitica, questi oggetti possono rappresentare una forma di identificazione proiettiva positiva: si investe simbolicamente nell’oggetto parte delle proprie aspirazioni, insicurezze o desideri di appartenenza, come se possederlo lo rendesse “adatto”, “in linea” con il gruppo… inoltre favorisce il consolidamento dell’identità personale e sociale, permette di sperimentare “immagini del Sé” diverse, di sentirsi inseriti, accolti. In questo modo, l’“oggetto-status” non è solo segno di appartenenza o di competizione, ma può diventare anche un mezzo di espressione del Sé, un ponte tra il mondo interno e quello sociale, purché non coincida con l’unica fonte di valore del soggetto.
Come i genitori possono accompagnare i figli nella gestione dei desideri di acquisto e nell’attribuire un valore autentico agli oggetti, soprattutto in un contesto in cui il consumo è sempre più rapido e impulsivo?
Nella quotidianità familiare, il desiderio di nuovi oggetti emerge spesso con una certa urgenza: i bambini vivono immersi in stimoli continui (pubblicità, confronti con i coetanei) che amplificano il bisogno di “avere” per sentirsi all’altezza o per colmare momenti di noia o solitudine. In questo scenario, il ruolo dei genitori diventa centrale: sono loro i mediatori di realtà, coloro che aiutano il bambino a distinguere tra ciò che sembra indispensabile e ciò che realmente conta.
Dal punto di vista psicoanalitico, la trasmissione del valore degli oggetti non è un fatto materiale ma relazionale. Spiegare il senso di un regalo, raccontarne la storia, collegarlo a un momento vissuto insieme, permette al bambino di investire affettivamente l’oggetto, evitando che venga vissuto come un semplice riempitivo emotivo. Quando un dono porta con sé una narrazione del tipo “te lo do perché mi ricorda quanto sei stato coraggioso” oppure “questo libro lo leggevamo anche noi da piccoli”, il bambino impara che gli oggetti possono diventare ponti affettivi, contenitori di significati, non strumenti di compensazione immediata.
Questa capacità di simbolizzare gli oggetti e attribuire loro un valore interiore è fondamentale per sviluppare un rapporto sano con il consumo e con il desiderio.
Gli studi sulla vita familiare sul Current Perspectives in Psychology mostrano che routine e rituali condivisi (come scambiarsi regali significativi, leggere insieme, ricordare un evento attraverso un oggetto) aiutano i bambini a costruire una percezione stabile dei significati affettivi.
Qual è, invece, a Suo avviso, il valore di un regalo “pensato?
I regali pensati, scelti considerando l’età, la personalità, i bisogni emotivi e i momenti significativi della crescita, hanno un effetto totalmente diverso. Un dono pensato diventa un oggetto narrativo, porta con sé un significato: racconta al bambino che è stato visto, ascoltato, considerato. Questo investimento affettivo permette all’oggetto di trasformarsi in simbolo, di acquisire profondità, di durare nel tempo nella mente del bambino.
Quando un oggetto è carico di senso, può svolgere una funzione evolutiva, sostiene nei momenti di cambiamento, aiuta a elaborare emozioni, diventa un punto di riferimento interno. Oggetti così investiti riducono la necessità di ricorrere continuamente a nuovi acquisti, perché nutrono il mondo interiore, anziché riempire vuoti momentanei.
Un contributo fondamentale è dato dallo studio su Healthcare (2022), che mostra come gli oggetti associati a relazioni affettive sicure funzionino come regolatori emotivi gratificante, riducendo ansia, insicurezza e comportamenti impulsivi.
Quali consigli si sente di dare?
Dare un significato ai regali. Raccontare perché si è scelto un dono aiuta a viverlo come qualcosa di speciale e non come un oggetto qualunque, riducendo la ricerca compulsiva di nuovi acquisti. Stabilire occasioni precise per ricevere regali. Regole chiare (compleanni, feste, ricorrenze e “feste di non-compleanno”) aiutano a contenere il desiderio e a tollerare l’attesa, prevenendo richieste continue. Scegliere possibilmente insieme. Coinvolgere il bambino nella scelta lo aiuta a riflettere, confrontare e rinunciare, capacità fondamentali per la maturazione emotiva. Parlare con chiarezza dell’influenza dei social e del mercato globale fin da piccoli. Guardare contenuti insieme e commentarli riduce l’effetto dei desideri “indotti” dagli influencer o dai coetanei online. Insegnare il valore e la cura per gli oggetti, riduce la tendenza a sostituirli rapidamente. Offrire sempre alternative non “materiali”. Proporre esperienze, giochi condivisi e tempo insieme insegna che la felicità non passa solo attraverso le cose. Essere un modello di consumo equilibrato. I bambini imitano ciò che vedono, genitori che comprano con consapevolezza aiutano i figli a sviluppare un rapporto più sano con il desiderio e con gli oggetti che li circondano.