Modena – Al Festivalfilosofia Marcello Veneziani ha affrontato un tema quanto mai attuale nella sua lectio magistralis: lo scontento. Il saggista e filosofo ha esplorato un male diffuso della nostra epoca, che si manifesta in modo particolare nelle società occidentali, ricche di benessere ma povere di serenità.
Secondo Veneziani, lo scontento non è sinonimo di infelicità. È piuttosto una condizione comparativa, un confronto costante con ciò che si desidera essere o avere, alimentata da un narcisismo frustrato.
Il viaggio di Veneziani nella scontentezza contemporanea individua molteplici cause. Da una parte c’è “il vittimismo nei confronti della storia passata” con una tendenza a rifuggire dalle condizioni di partenza e a percepire il futuro come minaccia piuttosto che come promessa. Dall’altra, il rifiuto della socialità e l’isolamento individuale che, talvolta, sfocia nel malcontento politico. Il potere, in questo contesto, gioca un ruolo determinante: “La nostra insoddisfazione genera dipendenza”, ha sottolineato Veneziani
L’insoddisfazione, secondo il filosofo, è diventata un terreno fertile per il controllo sociale. “Il potere è diventato così il grande imprenditore dello scontento che è una fabbrica inesauribile dei desideri e dei consumi”. È un circolo vizioso in cui il potere prospera, mantenendo lo scontento frammentato e molecolare, così da evitare che si coaguli in un malcontento politico più ampio e organizzato.
Non tutto, però, è distruttivo. Veneziani ha evidenziato che esiste anche uno “scontento positivo”, una forma di insoddisfazione che ci spinge a migliorare noi stessi e a non accontentarci della mediocrità. Ma come possiamo uscire dalla spirale della scontentezza negativa? La risposta, secondo Veneziani, risiede in un ritorno all’“amor fati”, un concetto di Nietzsche che invita ad accettare il destino con amore piuttosto che con orrore.
Veneziani invita, infine, a relativizzare il nostro tempo, a guardare la nostra esistenza in un contesto più ampio, comprendendo che il mondo non finisce con noi. Solo così potremo liberarci dal peso di una scontentezza che rischia di diventare il tratto distintivo del nostro tempo.