Il teatro è una passione incredibile e lo è ancora di più quando lo spettacolo serve per far riflettere su situazioni e pensieri da non sottovalutare anche ai nostri giorni. Assolutamente da non perdere per la tematica trattata, per la bravura delle attrici protagoniste e per i riferimenti in chiave moderna poste in esso su come l’essere umano non cambia se si pensa alle guerre sono “Le assaggiatrici di Hitler” in scena al Teatro Parioli di Roma dal 2 al 5 maggio. Una pièce diretta da Elena Sbardella e adattata insieme a E. Luttmann partendo dalla “Hitler’s Tasters” di Michelle Kholos Brooks.

Una incredibile storia vera, già più volte raccontata, che vede in questo caso sul palco quattro ragazze, le cosiddette “assaggiatrici” destinate, forse, ad un destino infelice ma in nome della amata patria. Sono ragazze e come tali, seppur consapevoli del loro destino, si pongono come protagoniste e allo stesso tempo vittime innocenti. In scena vengono messe a confronto ed in loro traspare a volte una certa superiorità altre volte una mera superficialità visto che si sentono comunque onorate per essere state scelte per un ruolo che in realtà può cambiare repentinamente e per sempre il loro percorso di vita. Sono ragazze giovani, giovanissime, tutte di buona stirpe tedesca perché il sangue delle prescelte deve essere il più possibile simile a quello di “H*tler”. Sono giovani che si ritrovano ad essere prigioniere in una gabbia d’oro dove possono mangiare tre pasti al giorno, cosa che in tempo di guerra è un vero privilegio. Usano farlo in tazze d’oro e nella pregiata porcellana ma, l’attesa dei minuti per lo scoccare dell’ora dopo aver mangiato è estenuante… e come una goccia che scende lentamente in un catino si chiedono se mai riusciranno a vivere ancora anche solo un altro giorno. Ma sono appunto ragazze e non vogliono pensare a ciò che potrà succedere, hanno la forza di ballare, cantare, di sognare l’America (che non possono pronunciare), gli attori hollywoodiani Fred Astaire, Clark Gable, Ginger Rogers. Sognano di comprare le calze e sposarsi, si lasciano inebriare dalle storie di film romantici e da storie d’amore. Neanche quando una di loro sparisce vogliono vedere la realtà. Una realtà che è cupa, triste, al servizio di un regime come lo sono stati pochi nella storia umana. Interessante la regia che gioca sul minimalismo e sui contenuti con infiltrazioni di libertà in una trasposizione strana forse per far arrivare il racconto in una rifrazione anche ai giorni nostri. Vi è una unica stanza dove si alternano le crude emozioni delle ragazze con un unico tavolo che diventa simbolo di vita e di morte assieme. Le musiche coinvolgenti sono del grande Gianluca Misiti e contribuiscono perfettamente a rendere unico questo spettacolo, a creare un pathos sospeso tra il pubblico e le storie delle protagoniste dall’inizio alla fine. Musiche che accompagnano il respiro attraverso sensazioni tragiche o impalpabili come la leggerezza libera e serena tipica del ruolo delle giovani protagoniste. Musiche che entrano nel cuore e riescono a far sentire il peso di ciò che le giovani donne portano dentro: essere parte di un momento storico terribile, al cospetto di un uomo che le sta crescendo con il solo scopo egoista di poter sopravvivere grazie a loro. Le quattro attrici in scena, le assaggiatrici di HItler, vestono i panni di donne, che vivono una situazione, una intimità comune ma hanno anche caratteristiche e ideali diversi. Meravigliosa e sfacciata allo stesso tempo e’ il personaggi interpretato dalla bravissima attrice Viola Misiti, ingenua e trasparente e’ quella che traspare dal personaggio di Angeles Ortiz Lamuela, con una grande sensibilità quella di Chiara Businaro, fragile il personaggio “violato” di Fiamma Leonetti.
I dialoghi sono semplici e potenti e aiutano il pubblico ad entrare nelle giovani menti per provare a capire, immedesimarsi e riflettere sul ruolo di adempiere ad un preciso dovere e sull’incertezza sofferta per un futuro legato ad un destino crudele da cui certo si può fuggire ma solo con la morte. Consigliato.



